Plasfameresi (donazione di plasma)

Donare sangue non è solamente uno splendido atto di solidarietà verso il prossimo, ma è anche un modo per prendersi cura di sè stessi.
Se infatti da un lato il privarsi di una esigua quantità di sangue mette in condizione di poter salvare delle vite altrimenti in pericolo, dall’altro si impone al nostro organismo la produzione di nuovo materiale ematico, permettendo così la rigenerazione qualitativa dello stesso.

I protagonisti

Sebbene all’interno dei nostri vasi sanguigni (arterie, capillari e vene) scorra “solo” sangue, è fondamentale sapere che questo liquido è risultato dell’unione tra globuli rossi (disciolti in una percentuale del 44%), globuli bianchi e piastrine (presenti per circa l’1%) e plasma (componente il restante 55%).
La quantità massima di materiale prelevabile durante una singola seduta varia a seconda dello scopo: si parla di 450 mL (circa il 10% del sangue totale in circolazione in un adulto) per il sangue intero, e di 600 mL per il plasma.
A variare è anche il tempo richiesto per le singole operazioni: mediamente 15 minuti nel primo caso e 45 minuti per il secondo.

Come funziona la plasmaferesi?

L’attività di divisione è detta “feresi” o “aferesi”, e si traduce nella separazione mirata del materiale desiderato: che si tratti di piastrine, globuli rossi, globuli bianchi o plasma, tutto può essere scisso.
L’estrazione del solo plasma è detta plasmaferesi e, a differenza del sangue intero, richiede una procedura più articolata poiché è composta da un’attività di prelievo, una consecutiva di separazione, e la finale di reinfusione del materiale utile alla rimessa in circolo (globuli rossi concentrati e la parte di plasma non frazionata).
Venne sperimentata per la prima volta nel 1959, al Cedars-Sinai di Los Angeles (USA), e al paziente sottoposto a plasmaferesi venne risolta con successo una letale patologia trombotica.
Pertanto ci sono due motivi per cui sottoporsi a plasmaferesi: o perché si sceglie la via della donazione, o perché occorre smaltire il proprio (in quanto malato) per essere sostituito con uno sano e pulito.
Il processo è più lungo della sola donazione di sangue perché, oltre a dover effettuare le tre operazioni sopra menzionate, coinvolge piccole quantità di sangue per volta: è un processo lungo, ma è certosino.
Ci sono due metodologie utilizzate per scindere i contenuti ematici: per centrifuga o per filtrazione.

  1. La centrifuga opera la scissione sfruttando la caratteristica della differente densità degli elementi.
  2. La filtrazione, invece, utilizza un vero e proprio filtro per trattenere la componente plasmatica.
    Se si tratta di un donatore, quindi, durante il processo di plasmaferesi si procederà con la sola sottrazione del materiale sano; nel caso di un paziente, invece, durante la medesima operazione si effettuerà la rimozione del plasma malato e si procederà con la sostituzione attraverso l’infusione di quello sano.

Perché sottoporsi alla plasmaferesi?

Plasmaferesi (donazione del plasma)Per decidere di sottoporsi ad un processo così laborioso occorre avere uno scopo ben preciso: o si è volontari altruisti che comprendono l’importanza dell’atto di donazione, o si è bisognosi di riceverlo per scongiurare l’insorgenza di patologie potenzialmente letali, o si vuole effettuare l’autodonazione, arricchendo pertanto il proprio plasma attraverso l’infusione di materiale plasmatico precedentemente autoestratto.

Generalmente l’operazione di plasmaferesi si rende necessaria per pazienti aventi a proprio carico determinate disfunzioni, come patologie autoimmuni, alloimmuni, un’aumentata viscosità plasmatica, un’iperproduzione di sostanze endogene, o essere vittime di avvelenamento, o colpiti da setticemia o altre malattie rare che richiedano tout court l’applicazione di questa procedura (come la Porpora Trombotica Trombocitopenica).

Avere in circolazione nel proprio organismo un plasma malato può favorire l’insorgere diverse patologie verosimilmente severe:

  • patologie a carico del sistema nervoso e cerebrale (ad es. la sindrome di Guillain-Barré);
  • disturbi del sangue (legati a situazioni trombotiche e coagulanti);
  • disturbi a carico dei reni (ad es. la sindrome Goodpasture);
  • sindromi da iperviscosità, incluso il mieloma, che portano all’ispessimento sanguigno fino a provocare danni agli organi interni, o ictus, o diversamente infarti.Ecco che, sottoponendosi a plasmaferesi, non solo si può prevenire l’insorgenza di patologie muscolo-neurali, ma si può anche evitare (attraverso l’autoinfusione) il meccanismo di rigetto e la conseguente creazione di anticorpi dannosi.

In altri casi il processo di plasmaferesi può far parte di un piano di trattamento consecutivo ad una profilassi medica, come per esempio a seguito di chemioterapia. In tale caso le infusioni plasmatiche saranno regolari e necessarie.

In cosa si concretizza l’intera procedura?

La plasmaferesi richiede l’inserimento di due accessi venosi: il primo deputato al prelievo, il secondo necessario al reinserimento, il tutto in un ciclo ininterrotto.
Il materiale ematico, a seconda del macchinario in dotazione, verrà sottoposto o a centrifuga per densità o a filtrazione.
In entrambi i casi le componenti verranno suddivise in contenuti plasmatici e cellulari in un apposito separatore.
Mentre la componente cellulare verrà reimmessa tale e quale nell’organismo, solo la parte plasmatica sarà sottoposta a sottrazione (convogliandola in una sacca deputata allo scarto) e sostituzione con materiale nuovo ed arricchito.
Nella fattispecie, a seconda della patologia sofferta dal paziente, si provvederà a reimmettere materiale plasmatico derivato o da plasma fresco congelato, o composto da una soluzione fisiologica addizionata con albumina umana purificata al 4%.
Si ricorre inoltre all’utilizzo di sostanze anticoagulanti, affinché il sangue mantenga il giusto grado di liquidità e non corra il rischio di realizzare piccoli coaguli all’interno del meccanismo di separazione.

Sebbene si prediligano gli accessi venosi degli arti superiori, in presenza di particolari difficoltà il personale sanitario potrà optare per l’inserimento di un catetere venoso centrale al fine di garantire un rapido e sicuro accesso al circolo sanguigno.
Dovesse rendersi necessaria questa procedura, essa verrà eseguita in anestesia locale, e verrà lasciata in loco per il tempo necessario all’espletamento del trattamento di plasmaferesi.
Come prescrive la profilassi medica, per tutto l’iter medicale verranno utilizzati materiali di consumo usa e getta, aghi monouso e filtri sterili.

Come mi devo preparare?

È bene sottoporsi ad accertamenti preliminari che mostrino determinati valori sanguigni (come emocromo, creatinina, azotemia, elettroliti, GOT, GPT e quadro emostatico) unitamente ad un Elettrocardiogramma (ECG).
Se infatti dovessero evidenziarsi carenze specifiche, si provvederebbe al loro reintegro con reinfusione endovenosa o trasfusione.
All’appuntamento si giunge avendo già fatto una leggera colazione, e durante il trattamento si può ugualmente assumere qualche alimento sfizioso.
È altresì consigliato un abbigliamento comodo, ma per il solo scopo di rendere più confortevole il tempo richiesto dall’intero processo.
È consigliabile giungere al presidio ospedaliero o presso la clinica prescelta accompagnati da terzi, nel caso poi si dovesse accusare una innocua stanchezza.
Nel caso ci fossero terapie farmacologiche in atto è bene ricordarlo anche al personale sanitario deputato all’operazione, affinché possa prendere le eventuali precauzioni del caso. In linea generale non serve sospendere il trattamento farmacologico per quella giornata.

E poi?

Al termine dell’operazione di plasmaferesi si può tornare a casa senza alcun problema poiché non è previsto day hospital, a meno che non vi siano altre patologia in cura che lo richiedano.
Si potranno percepire sensazioni legate a stanchezza o a leggeri formicolii muscolari, ma possono esser risolti facilmente mediante assunzione orale di calcio.
Si consiglia di restare a riposo per le successive 12 ore al fine di aiutare il pieno recupero fisico.

Che tipo di complicanze potrebbero insorgere?

Le più diffuse sono quelle legate alla presenza di ematomi che si collocano in prossimità degli accessi venosi, e comunque si risolvono nel giro di pochi giorni.
In minor misura si verificano formicolii, brividi, nausee e crampi, generalmente derivanti dal liquido anticoagulante, i quali possono essere risolti con l’assunzione di calcio gluconato.
Raramente si assiste ad eventi legati a reazione allergica al liquido sostitutivo, o alterazione del battito cardiaco, o embolia ed emolisi.
Si consiglia pertanto un buon riposo fisico, nonché prestare attenzione ad una eventuale nascente sintomatologia che potrebbe insorgere nelle successive 12 ore, al fine di poter intervenire in maniera efficace ed efficiente.